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RASSEGNA STAMPA/RECENSIONI
(su Brecht: l'uomo e la guerra)
Recensione dello spettacolo:
“L’uomo e la guerra” di B. Brecht
Interpreti: Luca Spinelli e Emanuele Monti
Al pianoforte: M.o Margherita Colombo
La guerra che verrà non è la prima.
Prima ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente faceva la fame.
Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente.
L’uomo e la guerra è un binomio tristemente inscindibile nella storia dell’umanità.
Questa amara constatazione della realtà certamente non può lasciare insensibile Luca Spinelli che, nel dare vita a questo nuovo spettacolo per la Omicronteatro, ancora una volta predilige l'opera del grande poeta e drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, per raccontare la follia della guerra nazista e l’indifferente opportunismo dell’uomo di tutti i tempi.
Proprio per sottolineare la totale aderenza alla concezione drammatica di Brecht, lo spettacolo inizia con il coinvolgimento dello spettatore che, mentre si intimorisce a causa di spari e altri rumori di guerra sul palcoscenico che interrompono l’esecuzione al piano della Ballata dell’Agiatezza, similmente rimane sconcertato per l’apparizione dell’attore Luca Spinelli tra il pubblico in sala. Egli infatti inveisce sia nei confronti dell’altro attore, Emanuele Monti, sia nei confronti degli spettatori con le dure parole di Contro la seduzione, lasciando intendere fin dall’inizio, attraverso la tecnica dello straniamento, una sorta di errore di percezione della realtà, rappresentata solo parzialmente in modo effettivo, in modo da imporre al pubblico una visione morale della storia rivissuta dall’interno e contemporaneamente considerata da un punto di vista esterno.
Così lo spettacolo procede con brani recitati e cantati, altri di solo piano (Moritat Von Mackie Messer), alternando le forme parodistiche tipiche del cabaret politico (Il Fuhrer vi dirà, La leggenda del soldato morto, Epilogo, Pensieri sulla durata dell’esilio, La canzone dello star bene al mondo) a momenti di forte impatto tragico (La moglie ebrea, Anna non piangere, Generale, il tuo carro armato, La ballata di Maria Sanders), per giungere a proporre la perentoria scelta etica di una costante misura di saggezza che possa, nei tempi davvero cupi del nazismo e della seconda guerra mondiale (ma indubbiamente il discorso vale per tutti i tempi), contrapporsi ad essi senza cedimenti, ma neppure senza prese di posizione falsamente astratte.
“Umanamente all’uomo ci si approssima,
senza brutalità, ma con forza,
pregandolo di volersi col mondo conformare e di lasciare ogni pesce nuotare.”
Con lui, qualsiasi cosa costruire si voglia, certo non ci si sbaglia.
Ma però lo devi tener d’occhio perché una notte può tramutarlo in boia che scanna.
Questa è la tormentata preoccupazione di Brecht di fronte alla società borghese che si appropria dei valori che le sono avversi, fagocitandoli all’interno della sua ideologia e questo è il messaggio che lo spettacolo si impegna a fare arrivare al pubblico.
Pertanto la rappresentazione teatrale è assolutamente distante dall’essere un romantico sogno, poiché vuole affermare l’evidente necessità di un’epoca, in cui, se per viltà sarebbe preferibile agire in modo conforme e nascosto -non convenendo all’uomo essere romanticamente un eroe- tuttavia, attraverso i toni contrastanti e ironici dell’apostrofe (Germania) e dell’invettiva (Eccoli), valentemente interpretati dagli attori, vuole scuotere le coscienze affinché comprendano quanto veramente sia pericoloso a questo mondo vivere.
Ad affrancare gli animi da una così cupa visione della realtà, chiude lo spettacolo La canzone della Moldava con il suo messaggio di speranza, ricordandoci che la notte più lunga eterna non è.
Patrizia Azzani
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